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Bike sharing elettrico: come risolvere il problema dell’ultimo km

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Non tutti scelgono di inforcare la sella o saltare su un tram per spostamenti, ma prediligono un mezzo egoista, inquinante e congestionante, l’autovettura. La bici è considerata il veicolo più conveniente, pulito e salutare: come mai è, nella pratica, così poco utilizzata? Perchè la condivisione con il bike sharing è trascurata? Aldilà della reticenza al cambiamento e della villania, tra le varie obiezioni vi è il cosiddetto  “problema dell’ultimo km”. Ammesso dunque che si usi il mezzo pubblico, come raggiungere il tratto che separa la fermata dello stesso dalla propria destinazione?

Individuato il problema, la soluzione diventa necessaria al fine di rendere credibile l’alternativa delle due ruote al numero più ampio possibile di fruitori: il bike sharing a pedalata assistita o normale. E’ un sistema di condivisione delle biciclette che consente di raggiungere ogni meta grazie ad una intelligente integrazione tra mezzi pubblici e biciclette condivise. Le stazioni con bici a pedalata assistita sono ancor più innovative e democratiche: le bici sono elettriche e quindi le distanze coperte sono maggiori, le stazioni hanno pensiline fotovoltaiche e colonnine di ricarica.

Se non arrivi con il mezzo pubblico inizi a pedalare! In teoria è un sistema valido ed efficace, ma in Italia mettere qua e là delle biciclette non basta. L’uso delle due ruote e gli spostamenti in macchina possono riequilibrarsi, il primo a vantaggio del secondo, soltanto con una gestione concertata tra infrastrutture, costi e funzionalità. E’ necessario ripensare ad una mobilità eco-friendly e quindi, contemporaneamente, avviare un processo sinergico tra enti pubblici e partner privati, implementare nuovi settori innovativi e razionalizzare interventi di miglioramento urbano.

Quando conviene il bike sharing?
Le città con buoni propositi, ma senza adeguate pianificazioni, dopo i primi successi hanno subito danni e malfunzionamenti del sistema perdendo in poco tempo i grossi investimenti fatti (come a Genova, Roma e Bari). Per garantire una reale e capillare diffusione delle biciclette è necessario prima di tutto riorganizzare il sistema di trasporti, incentivare la mobilità sostenibile e impegnarsi seriamente sul fronte politico, sociale e culturale. Il servizio si rivolge con successo ai Comuni che hanno da tempo creato un sistema di mobilità virtuoso ed ecologico: piste ciclabili capillari e ben strutturate, mezzi di trasporto pubblici validi, ma soprattutto mentalità aperta e uso della bicicletta ad ogni età e per ogni esigenza. La Progettazione centrata sull’Utente (UCD acronimo di User Centered Design) tiene conto proprio dei bisogni e del punto di vista del fruitore, partendo da questi per una corretta e funzionale progettazione.

Stazioni per biciclette a pedalata normale ed assistita
Le piattaforme intermodali sono parcheggi scambiatori riconoscibili da colori e grafica, inseriti in punti strategici della città e progettati in moduli. Solitamente sono localizzati vicino alle fermate dell’autobus, treno, metro e parcheggi auto. I cittadini, lasciato il mezzo pubblico, noleggiano le bici sbloccandole con chiave o tessera magnetica per raggiungere la destinazione finale. In alcuni comuni la bici può essere riportata in un’altra stazione, in altri deve essere riposizionata sempre in quella di partenza. Il valore aggiunto del bike sharing a pedalata assistita rispetto a quella normale, è la possibilità di utilizzare le bici per distanze notevoli (raggiungere anche 60 km dalla stazione) e ampliare il bacino di utenti a persone più anziane o deboli.

Silvia Imbevi, neolaureata con una tesi in Disegno Industriale a Ferrara (non a caso, una delle città più eco-friendly), ha progettato una stazione a pedalata assistita. Individua con il sopracitato metodo UCD:

  • la rete di infrastrutture (rete stradale, piste ciclabili e ZTL);
  • i punti di interscambio (stazione ferroviaria, stazione metropolitana, fermata autobus e parcheggio);
  • gli utenti (lavoratori pendolari, dipendenti comunali, studenti, residenti e lavoratori nelle zone ZTL, turisti e cittadini privi di auto);
  • le destinazioni per ciascun fruitore (uffici comunali, aziende, scuole, ZTL, percorsi turistici, luoghi di svago).

In tal modo localizza la stazione del bike sharing nei punti di interscambio e ne definisce un progetto modulare e versatile: da un lato le postazioni delle bici e dall’altro la fermata dei mezzi pubblici. La stazione presenta un modulo di testa per la segnalazione, un numero variabile di moduli centrali e un modulo di coda. Vi sono da un lato le bici (con sistema di bloccaggio e ricarica) e dall’altro le sedute per la fermata dell’autobus.

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L’intervento non è ancorato a terra ma ha un basamento in calcestruzzo con inerti di riciclo, sul quale sono ancorati connettori per bloccare le bici – dal mozzo della ruota anteriore – le panchine e le strutture verticali per il sostegno delle coperture trasparenti. Le pensiline, che riparano veicoli e utenti, sono realizzate in vetro stratificato con celle solari in silicio monocristallino; questo sistema è in grado di alimentare parzialmente la stazione. Come qualsiasi opera architettonica, anche questo servizio prevede, dopo la messa in opera, unsistema di manutenzione e di gestione: manutentori della stazione, delle biciclette e operatori per il servizio di recupero e redistribuzione sono necessari per il buon funzionamento nel tempo. La gestione del bike sharing è affidata ad associazioni di promozione della sostenibilità e alle amministrazioni comunali che gestiscono un punto di registrazione ed il servizio tessere.

Articolo apparso originariamente su Architettura Ecosostenibile, a cura di Elisa Stellacci. 

Immagini di Silvia Imbesi 

  • http://www.facebook.com/archsilviaimbesi Silvia Imbesi

    Il progetto si chiama “bike sharing for the smart community” a cura di silvia imbesi