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Come pianificheremo le città del futuro?

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Questo articolo è anche disponibile in: Inglese, Spagnolo, Francese

Questo articolo fa parte della 60esima Conferenza di Pianificazione e Sviluppo della Bartlett – “Thinking Across Boundaries: Re-immaginare la pianificazione urbana nel Sud del mondo” che si e’ tenuta tra il 2 al 4 luglio 2014. 
This Big City è lieta di essere il media partner ufficiale della conferenza. 
Con gli obiettivi di sviluppo sostenibile oggi in discussione e Habitat III all’orizzonte, stiamo giungendo ad un momento cruciale per il futuro delle città’. Come emerge dalle statistiche, più della metà della popolazione a livello globale vive in aree urbane. Questa cifra dovrebbe aumentare fino al 70% entro il 2050. E dove avverrà la maggior parte di questa espansione? Nelle città del Sud del mondo.
E’ troppo presto, tuttavia, per dire in che misura questi eventi prenderanno forma ed influenzeranno lo sviluppo urbano nazionale e internazionale. Oggi, la povertà urbana ha guadagnato un posto molto più visibile all’interno di programmi politici poiche’ questa situazione e’ coincisa con un periodo di polarizzazione dei redditi che ha aumentato la disuguaglianza fra i cittadini durante la recessione e stagnazione economica. Lo stesso si può dire anche per le economie che hanno prosperato durante questo tempo.

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Le risorse finanziarie sono state infatti inevitabilmente cercate altrove e questo ha visto un aumento del coinvolgimento del settore privato nei progetti urbani. Ciò’ può essere riscontrato in grandi ristrutturazioni urbane che cercano di reinventare o riqualificare parti di città.
I vari modelli di sviluppo “privato” spesso si conformano ad una ‘visione’ ideale di città. Esempi come il Piano Kigamboni New Dar City Center il progetto Via Parque Rimac a Lima suggeriscono come tali progetti avvengono in isolamento totale rispetto ad altri progetti già in corso per la città. Alcuni critici indicano come questa realtà non sia limitata solamente alle città del Sud del mondo, basti pensare ad esempio alla riqualificazione di East London in connessione con i Giochi Olimpici.
Uno dei temi dominanti che emerge dal 7° World Urban Forum di quest’anno è stato l’invito a creare città più flessibili. Questo può avere connotazioni diverse: dalla riduzione del rischio di catastrofi alla preparazione e risposta alle sfide ambientali future, quali il cambiamento climatico e il picco del petrolio. Sarà una grande sfida al fine di garantire che la politica, la pianificazione e la progettazione siano a sostegno delle aspirazioni dei gruppi più poveri ed emarginati di cittadini e non solo mediante una serie di obiettivi a livello urbano ma anche attraverso strategie per il recupero e la sostenibilità.
In questo senso, qualunque sia la nostra visione per le città del futuro – che si tratti di una città globale, una città flessibile, una smart city, una città sostenibile, una città per tutti – elementi di giustizia socio-ambientale devono essere al centro della nostro pensiero e della nostra pratica.
Sono le persone che compongono la città. Garantire che gli abitanti più poveri abbiano un accesso equo ai beni e servizi che la città offre e una voce nel plasmare le loro stesse città – e quindi il loro futuro – è cruciale più che mai. Questo concetto ha una particolare risonanza al giorno d’oggi, con gli stati che operano a fianco del forte settore privato e attore della società civile in molti contesti.

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Gli ultimi 60 anni hanno visto cambiamenti sociali senza precedenti a livello mondiale. Le questioni urbane che affrontiamo oggi sarebbero state inimmaginabile allora. Otto Koenigsberger, il fondatore di The Bartlett Development Planning Unit  (DPU) nel 1954, ha osservato: “il lavoro del DPU è quello di sottrarre di per se il lavoro a se stesso”. Patrick Wakely, ex direttore della DPU continua, “ma questo non è successo […] perche ‘il lavoro’ e’ continuato a cambiare. I traguardi da raggiungere sono cambiati”.
Negli ultimi decenni, il DPU si e’ criticamente impegnato nella ricerca, nell’insegnamento e nella pratica attorno a questioni di sviluppo urbano, tra cui le città come motori della crescita economica, le baraccopoli urbane e la giustizia socio-ambientale. Porre le persone al centro del modello di concezione di una città è stato fondamentale per l’ethos di tale istituzione.

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Le città hanno ora un ruolo permanente nell’agenda internazionale, invece limitato fino al 1987, quando la Commissione Brundtland introdusse per la prima volta il termine ‘sviluppo sostenibile’. Lo stesso si potrebbe dire per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nel 2000.
I sentimenti di Otto Koenigsberger e Patrick Wakely continuano ad applicarsi al campo della pianificazione urbanistica e del design in generale. Qualunque siano le nostre visioni per il futuro delle città, i traguardi da raggiungere saranno sempre in movimento.
Dichiarazioni post-MDG nel 2015 e le discussioni alla conferenza Habitat III nel 2016 potrebbero offrire alcune indicazioni più chiare su dove questi traguardi si trovano o si potrebbe trovare al giorno d’oggi.
Le città sono i punti focali della nostra società. I progettisti, designer, professionisti e politici del futuro non possono piu’ permettersi di essere statici nel rispondere alle sfide poste dalle città del futuro.
Mathew Wood-Hill è Media & Communications Officer presso l’Unità di Pianificazione e Sviluppo della Bartlett di Londra. 
 
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Immagini per gentile concessione di The Bartlett Development Planning Unit.
Traduzione a cura di Eleonora Taramanni.